lunedì 28 maggio 2007

Linkin Park - Minutes To Midnight


A quattro anni di distanza da Meteora i Linkin Park tornano con Minutes To Midnight, annunciatissimo album della svolta.

Frutto di un lavoro meticoloso e lungo quattordici mesi, il nuovo album della band californiana si distingue per l’innovazione, il gusto per la sperimentazione e la ricerca di un sound più maturo e ricco di contaminazioni. Abbandonato quasi del tutto lo schema nu-metal o metal-pop, sotto il quale i Linkin Park sono stati finora etichettati, Minute To Midnight presenta infatti dodici brani di rock-metal più morbido del previsto con ampie aperture melodiche, frammenti di hip hop e numerose ballad, che sorprenderanno e divideranno i vecchi sostenitori della band.

Dopo un incipit strumentale affidato a Wake, l’album procede attraverso brani estremamente forti, che ricordano i Linkin Park delle origini, alternati a ballad zuccherose e momenti indiscutibilmente pop; dall’aggressiva e metallica Givin Up che apre l’album sotto i migliori auspici con la bella combinazione dura di chitarra e batteria, si passa così alla prima incrinatura, quella Leave Out All The Rest troppo simile alle orecchiabili hit da teen-band con un vocalist davvero fuori ruolo, fino ad arrivare a brani leggeri e assai poco convincenti come le pop In Pieces e Shadow Of The Day seppure quest’ultima sia inframmezzata da qualche lodevole accenno di elettronica.

Non mancano tuttavia in Minutes To Midnight, momenti di assoluta qualità che elevano le sorti dell’intero lavoro, dall’energica Bleed It Out (possibile singolo estivo), che combina splendidamente il rappato di Mike Shinoda e le urla straziate di Chester Bennington con un brioso sottofondo di applausi ritmati e cori, alla potente No More Sorrow con la sua batteria implacabile e martellante e il ritornello che esplode in rabbiose e trascinanti invettive.
E ancora, sperimentazioni riuscite a metà con Hands Held Hight che catapulta in un’atmosfera ecclesiale che lascia alquanto perplessi, e nei sei minuti dell’ultima traccia, l’acustica The Little Things You Give Away che chiude l’album tra voci che si rincorrono in urla e cori volutamente suggestivi ma piuttosto noiosi.

Un album di transizione verso una maturità non ancora del tutto raggiunta, ricco di sfumature e descrittivo di sensazioni che viaggiano dall’aggressività alla dolcezza, dalla rabbia all’amore, fotografate in testi dolenti e appassionati. Apprezzabile nel complesso, escludendo qualche dolorosa caduta, e ammirevole per il desiderio di evoluzione e il coraggio di scelte che svoltano in una direzione probabilmente anticommerciale.

Potremo vedere i Linkin Park dal vivo, nel corso del tour europeo appena partito che farà tappa in Italia, all’Heineken Jammin’ Festival di Venezia il 15 giugno.

Dolores O'Riordan - Are You Listening?




A quattro anni dallo scioglimento dei Cramberries, l’inconfondibile voce di Dolores O'Riordan torna a vibrare nella sua prima prova solista, Are You Listening?




Forte di una vita privata finalmente felice e in pieno fervore creativo dopo i trascorsi difficili in bilico tra depressione e anoressia, Dolores O'Riordan torna sulle scene musicali con un album in cui risuona forte e chiara l’eco dei Cramberries, sebbene siano evidenti gli accenni di innovazione nei testi e nelle atmosfere. Superata l’inquietudine e la rabbia che faceva della sua bella voce un urlo straziato nell’indimenticabile Zombie, la cantante irlandese oggi ci parla infatti di quiete e d’amore, di famiglia e di figli lungo dodici brani che spaziano tra il folk e il rock, l’electro e le ballad e in cui trovano spazio ottimi tentativi di sperimentazione.


Anticipato dal suadente e sussurrato singolo Ordinary Day - che racconta la nascita della terza figlia - l’album procede attraverso il rock in puro stile Cranberries di When We Were Young coi suoi ispirati vocalizzi che accompagnano i potenti assoli di chitarra, per virare poi verso nuove sonorità con brani insoliti come In The Garden e i suoi archi che si mescolano, in una trascinante armonia, alle chitarre elettriche e ai cori, e Humuan Spirit che dal curioso incipit di convulso pianoforte procede verso il folk e il flauto arabeggiante.


E ancora momenti cupi in cui Dolores O'Riordan concede libera espressione a tutto il suo potenziale vocale, nella dark Stay with Me e nella dolente Black Widow - che in un’atmosfera inquietante e angosciosa affronta il tema della morte - alternati a brani zuccherosi ispirati alle gioie familiari come la morbida ballad Apple Of My Eyes e la cantilenante October per scivolare definitivamente nella calda atmosfera dei brani conclusivi con la romantica Angel Fire e la rarefatta e delicata Ecstasy narrata con voce cristallina.


Un ritorno attesissimo e insperato per un’artista che con gli anni non ha perso la sua potenza vocale e che è stata capace di riproporsi in veste nuova; e se in molti rimpiangeranno la rabbia e le invettive cantate in urli liberatori nei fasti degli anni ‘90, non si potrà comunque non apprezzare un lavoro di buon livello che ci assicura che con lo scioglimento dei Cramberries non tutto è perduto.

martedì 15 maggio 2007


Dopo quasi quattro anni di silenzio i Travis ci propongono il loro quinto lavoro di inediti, The Boys With No Name.

L’album segna il ritorno della band scozzese all’esplorazione delle proprie radici, dopo la fase alternativa del controverso e criticatissimo 12 Memories, ritrovando lo stile e le atmosfere delle origini di fine anni ’90, associato all’entusiasmo da neo paternità del frontman Fran Healy, facilmente rintracciabile nel titolo - che allude ironicamente all’indecisione sul nome da scegliere per il nascituro - e nei temi trattati in alcuni brani.

Archiviata la cupezza, la malinconia e le vicissitudini personali degli ultimi anni, la band ha riversato in The Boys With No Name, uno stato d’animo gioioso che si riflette nitidamente nella solarità di dodici ballad calde e avvolgenti caratterizzate da sonorità particolarmente ricercate e curate nei dettagli, grazie anche alla collaborazione di Nigel Godrich (già produttore anche dei Radiohead), e sorrette dall’ottima prova interpretativa estremamente emozionante e ispirata del vocalist.

Dal coinvolgente incipit affidato alla morbida ballata acustica 3 Times And You Lose, l’ascolto procede attraverso lo scanzonato pop della trascinante Selfish Jean e della radiofonica Closet, fino ai brani più convincenti dell’album, da Battleships in cui la voce di Healy si fa strumento in un insolito falsetto, all’incalzante Eyes Wide Open con le sue chitarre molto rock, a My Eyes dolce benvenuto al nuovo nato che ha già riscosso grandi consensi nelle anticipazioni live.
Ancora momenti suggestivi con la countryeggiante Out In Space e con l’inno d’amore a New York - città d’adozione della band - e agli idoli personali del cantante citati in ordine sparso in New Amsterdam che precede la ghost track Sailing Away, brioso pop che chiude l’album in leggerezza e allegria.

Cinquanta minuti di musica piacevole e raffinata che unisce armoniosamente eleganza e lievità, per il ritorno di gran classe di una band che da sempre preferisce l’impegno e la riservatezza al clamore delle luci della ribalta.

venerdì 11 maggio 2007

Autodafè - Emanuele Ottolenghi

La genesi di Autodafé, opera prima di Emanuele Ottolenghi, risale al 2001 (periodo cruciale della seconda Intifada palestinese) quando, nel corso di un dibattito sui profughi palestinesi presso la London School of Economics, lo scrittore assistette ad atti di autodenuncia e di dissociazione dal mondo ebraico da parte di un gruppo di ebrei londinesi. La mente di Ottolenghi associò immediatamente l’episodio al terribile rito, appartenente soprattutto alla tradizione dell’inquisizione spagnola, attraverso il quale, uomini e donne giudicati eretici, si autoaccusavano in pubblica piazza prima di affrontare la condanna - si trattava quasi sempre di condanna a morte sul rogo - in un estremo “atto di fede” (dal portoghese auto da fè)

Fu il punto di partenza di un’indagine complessa e approfondita sulla attuale condizione del popolo ebraico, sul problematico rapporto dell’Europa con l’ebraismo e sul fenomeno dell’antisemitismo di cui, negli ultimi cinque anni, stiamo assistendo ad una sottile e strisciante recrudescenza.

Il risultato è un’opera vasta e dettagliata che attraverso documenti, lettere, articoli e citazioni varie, fornisce spunti di riflessione e risposte a questioni estremamente controverse e spesso nebulose; a partire dal concetto stesso di antisemitismo che nell’immaginario collettivo riporta generalmente alle persecuzioni degli anni ’30 e ’40 - che culminarono nella tragedia dell’Olocausto - fondate essenzialmente su un odio razziale strettamente legato al nazismo che considerava l’ebreo “innatamente perverso” (e dunque da eliminare fisicamente per il bene della società) e che oggi appare ampiamente superato e improponibile. La tesi esposta da Ottolenghi, rintraccia piuttosto un nesso evidente tra l’antisionismo e le forme di pregiudizio antecedenti agli anni ’30 - che si basavano sostanzialmente sulla negazione dell’identità ebraica nella società - e il postsionismo e l’antisemitismo odierni che risultano esserne una variante e si caratterizzano principalmente nella mancata accettazione degli ebrei come popolo e legittimazione di Israele come nazione.

Ne deriva un clima di ostilità crescente più o meno manifesta, tendente ad esplodere in forme di violenza di variabile gravità in concomitanza con le fasi più drammatiche del conflitto arabo-israeliano; e - in un ulteriore parallelismo con il passato - una propensione all’emarginazione degli ebrei filo-isaeliani con conseguente, pressione in direzione di una “conversione” e di un distacco netto ed esplicito da Israele e dalla sua politica che abbia la valenza di un atto salvifico rendendo l’ebreo socialmente più accettabile.

L’amplificazione di questa tendenza all’uniformazione schematica di un pensiero dominante negativo e acritico nei confronti della realtà ebraica, appare peraltro, secondo quanto ampiamente argomentato in Autodafè, fortemente influenzata da buona parte dei mezzi di comunicazione di massa, colpevoli di quella latente imparzialità che ha avviato un decisivo processo di “demonizzazione” della politica e della condotta israeliana, che, sebbene non si possa assimilare al clima di terrore e fanatismo instaurato dal nazismo, deve comunque destare sospetto e preoccupazione.

Puntuale e documentato, Autodafé è un testo fondamentale che offre un punto di vista non comune su aspetti scottanti e nodi irrisolti della complessa questione ebraica, indispensabile per una visione articolata e per la conoscenza approfondita di un fenomeno distruttivo come l’antisemitismo che va compreso appieno per poter essere demolito.

Call Me Irresponsible - Michael Bublè




Dopo il travolgente successo di “It's Time”, Michael Bublè si è fatto attendere per due lunghi anni, nei quali ha goduto i frutti dei dodici milioni di copie vendute in tutto il mondo, e ha vissuto da irresponsabile dedito ai piaceri più che alla cura della sua preziosa ugola, come ha dichiarato nel motivare il titolo del nuovo album, uscito da pochi giorni e già record di vendite.
Call Me Irresponsible, è un ottimo lavoro di cover che unisce il talento innegabile del più accreditato erede di Frank Sinatra, alla furbizia di scelte di scaletta che comprendono pezzi dal valore indiscusso, riarrangiati e rimodernati quel tanto che basta per impreziosirli senza mai stravolgerne la bellezza originale, in un viaggio di insolita bellezza dentro il raffinato swing d’autore.
Apertura dell’album affidata a The Best Is Yet To Come, resa famosa (tra gli altri) da Sinistra ed Ella Fitzgerald, e all’ex pop It Had Better Be Tonight, scritta nel 1964 da Johnny Mercer e Henry Mancini, e trasformata in una suadente salsa che omaggia le origini venete del cantante con l’incipit in versi italiani “Meglio stasera”.
Si prosegue con la coinvolgente I’m Your Man di Leonard Coen, swing d’amore assoluto, con ardente interpretazione che cresce fino a divenire piacevolmente rabbiosa; e con due dei brani più importanti dell’album, Comin’ Home - che si avvale della partecipazione dei Boys II Men che giocano con Bublè in un magistrale rincorrersi di voci emozionanti - e il grandioso pop di Eric Clapton Wonderful Tonight cantato in duetto con il cantautore brasiliano Ivan Lins, in un’armoniosa commistione tra lingua inglese e portoghese.
E ancora momenti di suggestione con la corale I’ve Got The Word, e con la celeberrima That’s Life arricchita dai cori gospel dei TAKE 6.
L’album presenta anche i due inediti, il furbo pop Everything, primo singolo estratto, e la struggente ballad d’amore e atmosfera Lost, scritta dallo stesso Bublè con la partecipazione della pop star canadese Jann Arden, destinata a sicuro successo come dolce colonna sonora a romantiche notti d’estate.

Gusto per il retrò e contaminazioni di moderno pop, si mescolano in un album estremamente godibile che racconta l’amore attraverso la voce calda e ricca di sfumature di un interprete talentuoso e carismatico, dotato tra l’altro di spiccate doti da intrattenitore che potremo presto sperimentare live, nel corso delle sei date italiane fissate dal 20 al 27 novembre a Bolzano, Padova, Mantova, Roma, Milano, Firenze.

mercoledì 9 maggio 2007

Vivo, sempre!


I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli.