martedì 17 luglio 2007

Dream Theater - Systematic Caos


A due anni dal controverso Octavarium, tornano i Dream Theater con Systematic Caos, nona fatica della loro ventennale carriera.


Considerata fondatrice del progressive metal - genere che mescola progressive rock a heavy metal e la cui genesi si fa risalire generalmente all’album Images And Word del 1992 - la band statunitense conferma in Systematic Caos, la passione per la sperimentazione e per le scelte decisamente anticommerciali, dando vita ad un album complesso e aggressivo, estremamente generoso in durata (oltre settantotto minuti di musica diluiti in sole otto tracce) in un tortuoso caos di suoni accesi e furiosi, talvolta ripetitivi e non immediatamente assimilabili.

L’incipit, affidato alla potente In The Presence Of Enemies (part 1) ci catapulta senza respiro nei cinque potentissimi minuti strumentali di fragoroso inseguimento tra basso-chitarra-batteria cui fa seguito l’ingresso ben equilibrato del vocalist James LaBrie, e spiana il terreno per uno dei brani più importanti dell’album, la coinvolgente Forsaken coi vigorosi assoli di chitarra che irrompono sull’inquietante pianoforte d’apertura per una melodia calda e convincente; a seguire il primo singolo estratto, Constant Motion, tributo ai Metallica col suo cantato palesemente simile a James Hetfield.

E ancora batteria stile fuochi d’artificio, chitarre e tastiere violente e voci cattive e distorte in The Dark Eternal Night, uno dei brani più cupi e pesanti dell’album, prima di concederci un momento di quiete con la ballad Repentance che, con toni morbidi e voci sussurrate che si rincorrono - in un sound che ricorda da vicino i Pink Floyd - rappresenta il quarto tassello della saga che i Dream Theater hanno dedicato agli alcolisti anonimi.
Si prosegue verso la conclusione dell’album, coi cori epici e vigorosi di Prophets Of War - che ricorda un po’ troppo i Muse - e la melodia struggente della bellissima power ballad The Ministry Of Lost Souls, testo commovente del chitarrista John Petrucci e repentini cambi di atmosfera che sfociano verso un impedibile assolo finale; prima della lunghissima conclusione affidata a In The Presence Of Enemies (part 2) coi suoi oltre sedici minuti che alternano momenti acidi ad aperture melodiche che convergono verso un lungo finale orchestrale.

Un album violento e difficile con cui si familiarizza lentamente e dopo numerosi ascolti, decisamente più efficace degli ultimi episodi e con diversi brani che spiccano vividi e trascinanti, evidenzia comunque una incipiente stanchezza e una povertà di ispirazione (che si manifesta nella chiara tendenza riciclo) che si spera sia solo un episodio di passaggio che riporti i Dream Theater ai fasti del passato.

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