mercoledì 25 luglio 2007

Tutto Fa Notizia - Carlo Sorrentino

Carocci presenta Tutto Fa Notizia, per leggere il giornale e capire il giornalismo.
Docente di teoria e tecniche delle comunicazioni di massa all’Università di Firenze, e già autore di numerosi saggi sul giornalismo, Carlo Sorrentino, nel suo ultimo lavoro esamina e approfondisce le logiche e i meccanismi che regolano dall’interno il lavoro giornalistico.
Guida indispensabile per chi vuole intraprendere la carriera giornalistica, ma assolutamente necessario anche a tutti coloro che desiderano comprendere a fondo e occupare un ruolo attivo e critico all’interno del circuito informativo, Tutto Fa Notizia, costituisce un vademecum completo ed esauriente che affonda nel passato per capire il presente e cogliere le tendenze future di una professione affascinate e complessa.
Dopo un excursus nella storia del giornalismo che traccia le fasi che ne hanno caratterizzato l’evoluzione - dalla nascita del giornalismo moderno negli anni dell’unità d’Italia, all’irruzione della televisione e della stampa locale fino alle nuove forme di intrattenimento e alla rivoluzione dell’informazione via web - Sorrentino conduce il lettore alla conoscenza dettagliata del lavoro redazionale, dei ruoli professionali, dei codici e degli ambiti e ci mostra con linguaggio esplicativo e con l’ausilio di numerosi esempi, l’iter che dalla raccolta delle informazioni procede attraverso riunioni e confronti, fino alla stesura e all’impaginazione del giornale.
Tutto Fa Notizia analizza inoltre le conseguenze dei cambiamenti sociali e dell’espansione dei media, che hanno moltiplicato il flusso informativo favorendo numerose contaminazioni - come nel caso dei reality show - e variegate (e talvolta superficiali o interessate) chiavi di lettura; e offre le conoscenze e i mezzi necessari per un’esposizione consapevole e vigile all’informazione che consenta un lavoro di scrematura e selezione, per non rischiare di divenire fruitori passivi di notizie dalle menti manipolabili.

venerdì 20 luglio 2007

Bon Jovi - Lost Highway.


A due anni dal grande successo di Have A Nice Day, i Bon Jovi sono tornati in testa alle classifiche americane con Lost Highway, annunciato giro di boa verso un sound più intimista, da ex ragazzi sregolati diventati ormai adulti.


Con alle spalle dieci album e la stratosferica cifra di 120 milioni di copie vendute in tutto il mondo nel corso di un’oltre ventennale carriera che non ha mai conosciuto declino, il quintetto statunitense si propone oggi in veste decisamente più soft con un sound che abbandona gli eccessi metal, gli assoli violenti del chitarrista Richie Sambora e gli urli rabbiosi di Jon BonJovi, per approdare ad un rassicurante pop-rock con una forte e incisiva impronta country, assorbita in quel di Nashville - celeberrima capitale mondiale della musica dei cowboy - dove l’album è stato concepito e registrato.

L’apertura di Lost Highway tuttavia, richiama immediatamente le più classiche sonorità bonjoviane, con la trascinante title track e la solare e briosa Summertime, cui segue il primo singolo estratto, l’ultra melodica (You Want To) Make A Memory struggente ballad di tastiere, violini e toni commossi.

Si procede con Whole Lot Of Leaving la prima traccia indiscutibilmente country dell’album, e la ritmata We Got It Going On che si avvale della collaborazione di Big & Rich - moderni rappresentanti del country pop americano - per giungere alle avvolgenti atmosfere della delicata Seat Nex To You che esplora i dolorosi accadimenti all’interno del gruppo (la recente morte del padre di Sambora, il suo divorzio dall’attrice Denise Richards e i suoi problemi di alcolismo) e di Till We Ain't Strangers Anymore, uno dei brani di punta dell’album in duetto con la calda voce di Ann Lee Rymes, starlette americana, famosa in Italia per la riuscita colonna sonora del film Le Ragazze Del Coyote Ugly.

E ancora momenti di malinconiche riflessioni con One Step Closet, carezzevole ballad giocata su un pianoforte ampiamente predominante e inframmezzata di energici assoli di chitarra, che anticipa una chiusura d’album scoppiettante affidata all’energica e coinvolgente I Love This Town.

Un album lieve e piacevole, che concretizza un necessario processo di evoluzione e un'evidente necessità di reinventersi, con qualche picco di pura energia accanto ad ampie aperture melodiche; da ascoltare evitando confronti e nostalgie per i Bon Jovi anni ’80.

martedì 17 luglio 2007

Dream Theater - Systematic Caos


A due anni dal controverso Octavarium, tornano i Dream Theater con Systematic Caos, nona fatica della loro ventennale carriera.


Considerata fondatrice del progressive metal - genere che mescola progressive rock a heavy metal e la cui genesi si fa risalire generalmente all’album Images And Word del 1992 - la band statunitense conferma in Systematic Caos, la passione per la sperimentazione e per le scelte decisamente anticommerciali, dando vita ad un album complesso e aggressivo, estremamente generoso in durata (oltre settantotto minuti di musica diluiti in sole otto tracce) in un tortuoso caos di suoni accesi e furiosi, talvolta ripetitivi e non immediatamente assimilabili.

L’incipit, affidato alla potente In The Presence Of Enemies (part 1) ci catapulta senza respiro nei cinque potentissimi minuti strumentali di fragoroso inseguimento tra basso-chitarra-batteria cui fa seguito l’ingresso ben equilibrato del vocalist James LaBrie, e spiana il terreno per uno dei brani più importanti dell’album, la coinvolgente Forsaken coi vigorosi assoli di chitarra che irrompono sull’inquietante pianoforte d’apertura per una melodia calda e convincente; a seguire il primo singolo estratto, Constant Motion, tributo ai Metallica col suo cantato palesemente simile a James Hetfield.

E ancora batteria stile fuochi d’artificio, chitarre e tastiere violente e voci cattive e distorte in The Dark Eternal Night, uno dei brani più cupi e pesanti dell’album, prima di concederci un momento di quiete con la ballad Repentance che, con toni morbidi e voci sussurrate che si rincorrono - in un sound che ricorda da vicino i Pink Floyd - rappresenta il quarto tassello della saga che i Dream Theater hanno dedicato agli alcolisti anonimi.
Si prosegue verso la conclusione dell’album, coi cori epici e vigorosi di Prophets Of War - che ricorda un po’ troppo i Muse - e la melodia struggente della bellissima power ballad The Ministry Of Lost Souls, testo commovente del chitarrista John Petrucci e repentini cambi di atmosfera che sfociano verso un impedibile assolo finale; prima della lunghissima conclusione affidata a In The Presence Of Enemies (part 2) coi suoi oltre sedici minuti che alternano momenti acidi ad aperture melodiche che convergono verso un lungo finale orchestrale.

Un album violento e difficile con cui si familiarizza lentamente e dopo numerosi ascolti, decisamente più efficace degli ultimi episodi e con diversi brani che spiccano vividi e trascinanti, evidenzia comunque una incipiente stanchezza e una povertà di ispirazione (che si manifesta nella chiara tendenza riciclo) che si spera sia solo un episodio di passaggio che riporti i Dream Theater ai fasti del passato.